Martedì 22 settembre, nel giorno in cui don Onelio Ciani avrebbe compiuto cento anni, ci siamo ritrovati al Centro don Onelio di Caneva di Tolmezzo per ricordare il fondatore della Comunità Piergiorgio.
Eravamo in tanti: ospiti, familiari, operatori, volontari e rappresentanti della Comunità. Hanno partecipato anche gli amici dell’Associazione Caneva, della Comunità di Rinascita, della cooperativa Arte & Libro, dell’Anfamiv e della cooperativa Il Mosaico di Codroipo. Era presente anche Erica Pillinini, assessore alle Politiche sociali e alla disabilità del Comune di Tolmezzo.
La Messa è stata presieduta dall’arcivescovo di Udine, mons. Riccardo Lamba, insieme a don Angelo Zanello, parroco di Tolmezzo, e don Alessio Geretti, parroco di Caneva.
Durante l’omelia, l’Arcivescovo ha ricordato l’intuizione da cui è nata la Comunità e ha espresso «la certezza che l’ispirazione che il Signore ha suggerito a don Onelio non avrà fine. Potrà trasformarsi ed evolversi nelle forme col passare del tempo, ma continuerà a camminare proprio perché affonda le sue radici in Dio».
Dopo la celebrazione ci siamo ritrovati a pranzo. È stato un momento semplice e importante per stare insieme, condividere ricordi e ascoltare le testimonianze di chi ha conosciuto don Onelio. Per qualche ora ci siamo sentiti ancora una volta ciò che lui desiderava: un’unica grande famiglia.
Un prete che non si è fermato
Don Onelio nacque a Virco di Bertiolo il 22 settembre 1926. Fu ordinato sacerdote nel 1952 e per sette anni fu cappellano a Tolmezzo.
Proprio durante gli anni trascorsi in Carnia cominciò a manifestarsi la malattia che, con il tempo, lo avrebbe progressivamente paralizzato. Nel 1969 dovette lasciare la parrocchia di Barazzetto e venne ricoverato all’Istituto Gervasutta di Udine.
Anche in quel momento difficile, però, don Onelio non si fermò. Al Gervasutta conobbe don Piergiorgio Fain, giovane cappellano di San Quirino, e venne a sapere dell’esperienza della Comunità di Capodarco di Fermo, dove persone con disabilità e volontari vivevano insieme e partecipavano attivamente alla vita della comunità.
Nel luglio del 1970 un gruppo di friulani partì per Capodarco. Il 17 luglio, però, don Piergiorgio morì improvvisamente per un infarto mentre stava aiutando in mare una persona con disabilità.
Un anno dopo, il 17 luglio 1971, durante una Messa celebrata a San Quirino in sua memoria, venne annunciato il nome della nuova realtà: Comunità Piergiorgio.
Da assistiti a protagonisti
In quegli anni le persone con disabilità vivevano spesso ai margini della società o all’interno di grandi istituti. Don Onelio proponeva un modo diverso di guardare alla disabilità.
Per lui ogni persona doveva essere riconosciuta non soltanto per i propri bisogni, ma anche per le proprie capacità, desideri e possibilità.
Il motto «I disabili per i disabili» esprimeva bene questa idea: aiutarsi a vicenda, assumersi responsabilità e diventare sempre più autonomi.
Nel suo testamento spirituale don Onelio indicò chiaramente il cammino da continuare: passare da una condizione di persone con disabilità passive a persone attive, capaci di partecipare alle decisioni e di arrivare, dove possibile, all’autogestione.
Per lui la Comunità doveva essere soprattutto una famiglia.
Durante un ricovero in ospedale scrisse ai comunitari: «tutti voi, dal primo all’ultimo, vi presentate ai miei occhi come veramente grandi, come dei pionieri che non si può non amare ed ammirare».
Anche al suo funerale, nel Duomo di Udine, venne ricordato questo suo insegnamento. Il vicepresidente Bruno Raccaro lo ringraziò, a nome di tutti, per aver trasmesso «il senso dell’appartenenza, l’importanza di essere una famiglia» e lo salutò con due semplici parole: «Mandi Predi».
Caneva, la sua casa in Carnia
Don Onelio rimase sempre molto legato alla Carnia.
Nel maggio del 1976, pochi giorni prima del terremoto, venne acquistato il primo terreno a Caneva. Molti anni dopo, nel 2003, entrò in attività il Centro che oggi porta il suo nome.
Il Centro don Onelio offre accoglienza residenziale, attività diurne e percorsi educativi e riabilitativi. Il suo salone è inoltre aperto al paese e alle iniziative del territorio.
È una realtà che rispecchia bene ciò che don Onelio aveva immaginato: «non un centro per disabili, ma una comunità di disabili al servizio del territorio».
A cento anni dalla sua nascita, la sua eredità continua a vivere nelle nostre case, nei nostri servizi, nel lavoro degli operatori e dei volontari e nel rapporto con le famiglie.
Ricordare don Onelio non significa soltanto guardare al passato. Significa continuare il cammino che ha iniziato, costruendo ogni giorno luoghi in cui ogni persona possa sentirsi accolta, ascoltata e valorizzata.
Grazie a tutti coloro che hanno partecipato e hanno reso speciale questa giornata.
Mandi, Predi.





