Ciao Alex e grazie

Da sinistra a destra, Alex Zanardi, Toni Capuozzo e Elena Di Chiara

La Comunità Piergiorgio ricorda Alex Zanardi

La sera del primo maggio 2026 ci ha lasciati Alex Zanardi. Aveva 59 anni, ne avrebbe compiuti 60 il prossimo 23 ottobre. Si è spento a Padova, vicino alla sua Daniela e al figlio Niccolò, dopo sei anni di lotta silenziosa seguiti al gravissimo incidente in handbike del 19 giugno 2020 sulle strade della Val d’Orcia.

Per la nostra Comunità Alex non è stato soltanto un campione che si è seguito da lontano. È stato una persona vera, incrociata davvero, una di quelle che lasciano il segno. E rileggere oggi le parole che ci regalò nel 2017, quando la nostra redattrice Elena Di Chiara riuscì a intervistarlo a Maniago durante i Mondiali di paraciclismo, ha il sapore di una conversazione che continua, di un’amicizia che non si interrompe.

Vogliamo ricordarlo così: non con i numeri delle sue medaglie, che pure sono tantissime, ma con la sua voce. Quella di un uomo che alla disabilità aveva risposto con la curiosità, e alla vita con un entusiasmo contagioso.

Quel pomeriggio a Maniago

Era sabato 13 maggio 2017. Alex aveva appena tagliato il traguardo al secondo posto, dietro all’olandese De Vries. Inseguito da una processione di tifosi, accettò di sedersi con noi al tavolino di un bar in piazza, ordinò un caffè e cominciò a parlare. Non delle gare, non delle medaglie. Di sé. Della vita. Dell’accessibilità. Di quel modo tutto suo di guardare le difficoltà come trampolini e non come muri.

Riproponiamo qui, in suo ricordo, l’intervista che pubblicammo sul numero di giugno 2017 della nostra rivista Oltre. È un piccolo tesoro che oggi vale doppio.

A tu per tu con Alex Zanardi

di Elena Di Chiara, da Oltre, 2017 anno 14 n. 1

Copertina della rivista Oltre con foto di Alex Zanardi

Nel bar in piazza a Maniago, la città dei coltelli, c’era una gran folla. Atleti da ogni dove erano arrivati lì per la prima delle tre prove della Coppa del Mondo di paraciclismo. «Fermiamoci un attimo in quel bar di fronte che bevo un caffè». Alex Zanardi aveva appena affrontato la gara, un’ora di frenetico frullare di braccia, macinando sulla sua handbike chilometri su chilometri e arrivando secondo, mettendosi alle spalle decine di atleti. Era inseguito da una frotta di persone, donne e bambini, anziani e adulti di qualunque età praticamente in processione, che chiedevano una foto, un autografo, un selfie e a cui lui non negava nulla.

I suoi penetranti occhi azzurri e la sua erre inconfondibile facevano da cornice al racconto, che non avrebbe toccato le innumerevoli medaglie vinte e le gare, ma soprattutto l’uomo Zanardi, di come la vita fosse cambiata dopo il pauroso incidente del 15 settembre del 2001 e del problema dell’accessibilità.


Chi è Alex Zanardi?

«Zanardi è un uomo molto fortunato perché ha potuto fare tantissime cose, tutte molto particolari. Cose che non tutti riescono a fare perché non tutti ne hanno la possibilità. Sicuramente non eccezionali, ma particolari sì. E ciò che mi rende felice è di aver compresso tutto all’interno di una sola esistenza. Il pilota, il paraciclista, le gare di triathlon alle Hawaii, l’Ironman, il giornalista televisivo, l’impegno nell’ambito sociale (cosa che mi dà una grande soddisfazione, sicuramente è più ciò che ricevo di quanto io dia): tutte attività che mi rendono orgoglioso. Ma sono conscio di poter fare ancora tanto altro».

Una seconda vita?

«Da un certo punto di vista può sembrare che viva una seconda vita ma in realtà a mio parere io sto semplicemente continuando quella di prima. È vero che è quasi un miracolo che sia ancora qui: il mio cuore si è fermato 7 volte, sono rimasto più di 50 minuti con meno di un litro di sangue in corpo e ancora oggi gli scienziati che studiano il mio caso non capiscono come abbia fatto. Da quel 15 settembre 2001 la mia vita ha corso quasi su un binario parallelo, che mi ha portato a fare esperienze diverse. Ma tutto rientra nella mia personalità e nel mio carattere. Sono sempre la stessa persona, ci metto solo un po’ di più ad andare dal posto A al posto B ma per il resto sono sempre lo stesso. Anzi, in realtà in bicicletta adesso vado molto più veloce! Sono un uomo molto curioso e nella mia curiosità volevo provare a capire cosa riuscivo a fare con quel che era rimasto dopo l’incidente. A distanza di tanti anni la mia vita è caratterizzata da tutto ciò che faccio, che deriva dalla mia nuova condizione e sto comodissimo in questo mio nuovo abito».

E il futuro?

«Uno dei grandi privilegi è che sono stato in grado di sorprendermi da solo. Ho già fatto due olimpiadi, vinto 4 medaglie d’oro ma spero ci sia ancora qualche fuoco d’artificio, spero ancora nello sport. Arriverà un giorno in cui non riuscirò a gareggiare al livello di oggi ma spero di cimentarmi anche in altro. Le persone si aspettano da me sempre cose eccezionali e questo mi inorgoglisce, vuol dire che vedono che in tutto ciò che faccio ci metto passione. Adesso abbiamo lanciato il progetto “Obiettivo 3”, la cui finalità è di creare opportunità per persone disabili in modo da avviarle allo sport. Speriamo di aiutare quante più persone possibile. Nella vita devi decidere dove vuoi andare. Se la decisione è quella giusta il piacere è il percorso, non l’obiettivo finale».

La metafora del cucchiaio di zucchero

«È bellissimo vincere una gara, ma è ancora più bello prepararsi nella convinzione di poter vincere, fare tutto ciò che puoi e dare il massimo per arrivare primo ma poi il fatto di vincere o arrivare secondo non è fondamentale. Una volta ho usato la metafora del cucchiaio di zucchero per spiegare il mio modo di vedere la vita: se non sai cogliere ciò che accade, se cadi nell’apatia e nell’immobilismo non riesci ad approfittare delle opportunità. In una tazzina puoi mettere quanto zucchero vuoi ma se non mescoli non diventa mica dolce. In altre parole stando fermi non si ottiene mai niente».

Sul tema della disabilità

«La disabilità è un concetto relativo. Rilevare una forma di diversità è sinonimo di disabilità. Per alcuni è un limite che non si può superare, per altri invece è qualcosa da cui partire per superare le difficoltà. Anche se hai meno potenzialità di altri ma hai in testa cosa vuoi fare, dove vuoi andare, qual è il tuo percorso, puoi benissimo fare le cose meglio di altri che magari non hanno disabilità. Mi viene sempre l’esempio di Stephen Hawking, muove quasi solo un occhio eppure attraverso un computer regala quotidianamente conoscenza all’umanità. Bisogna cambiare la concezione che abbiamo della disabilità, anzi, ribaltarla. Faccio un esempio: se io sono a capo di un’azienda, devo assumere qualcuno e mi si presenta una persona con disabilità, la prima cosa a cui penso non può essere: “oddio, chissà se gli spazi per queste persone sono accessibili”, ma devo chiedermi: “questo candidato può svolgere meglio le mansioni che gli affido rispetto agli altri miei dipendenti?”».

E sull’accessibilità delle nostre città?

«Abbiamo bisogno di piste ciclabili serie, non di strisce verniciate che separano la carreggiata dalla ciclabile stessa solo per rispettare delle norme di legge, su cui peraltro poi le auto immancabilmente parcheggiano. Bisogna dare gli strumenti alle persone per muoversi sulle due ruote, o sulle tre come faccio io. Bisogna potenziare l’uso dei mezzi pubblici e promuoverne l’utilizzo, farli in modo accessibile e soprattutto chiudere i centri cittadini. Se predisponi degli scambiatori efficaci e delle linee dirette attorno alla città con linee che vanno dalla periferia verso il centro e viceversa puoi rendere una città vivibile. Questo è ciò che mi auguro vivamente per il futuro delle nostre città».

Un’eredità che ci appartiene

Quando Elena tornò in redazione dopo quell’incontro, ci raccontò di aver avuto «il privilegio di parlare e intervistare non solo un grande campione che, passati i 50 anni, regala ancora emozioni e medaglie, ma soprattutto un grande uomo che funge da simbolo ed insegnamento per tutti coloro i quali devono superare ostacoli che, a prima vista, sembrano insormontabili».

Quelle parole sono ancora più vere oggi.

Alex ci lascia molte cose. Ci lascia il progetto “Obiettivo 3”, che continua a creare opportunità sportive per le persone con disabilità. Ci lascia la dimostrazione vivente che la disabilità non è un punto di arrivo ma, semmai, un punto di partenza diverso. Ci lascia quella metafora del cucchiaio di zucchero che, da quel pomeriggio di Maniago, è diventata patrimonio condiviso di chiunque, in Comunità, abbia letto quell’intervista.

Ma soprattutto Alex ci lascia un modo di stare al mondo. Quel suo «sto comodissimo in questo mio nuovo abito» è una frase che potrebbe essere scritta sopra l’ingresso di tutte le nostre sedi. Perché è esattamente quello a cui lavoriamo ogni giorno con le persone che frequentano i nostri Centri: non rincorrere una vita “di prima” che non c’è più, ma costruire una vita piena, autentica, propria, dentro al corpo e alle condizioni che si hanno.

Don Onelio, il fondatore della nostra Comunità, ripeteva spesso che «nessuna invalidità è priva di capacità pratiche o addirittura alternative che possono realizzarsi in un proficuo lavoro a favore della collettività». Alex, a modo suo, con la sua handbike e i suoi quattro ori paralimpici, con i suoi libri e le sue iniziative, ha incarnato per il grande pubblico esattamente ciò che noi cerchiamo di vivere ogni giorno nel nostro piccolo.

Per questo oggi sentiamo che ci ha lasciati una persona di famiglia.

Grazie, Alex

Grazie per quel pomeriggio a Maniago. Grazie per il tempo che ci hai dedicato, per i selfie che non hai mai negato, per la disponibilità con cui hai accolto la nostra rivista, fatta da redattori che, come te, conoscono bene il peso e il valore di una carrozzina o di un ausilio. Grazie per aver mostrato a tutto il Paese che si può, sempre. Grazie per aver mescolato lo zucchero nella tazzina di milioni di persone.

Adesso tocca a noi continuare a mescolare.

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